Un figlio si lamenta con la madre
Luciano
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C'è infatti, o madre, un dio in cielo più sfortunato di me? Se le faccende mi sommergono e solo io devo affaticarmi, senza poter fronteggiare tanti compiti? Appena mi sveglio al mattino, sono costretto a spazzare la sala del banchetto, rifare il letto, sistemare tutto e poi essere pronto agli ordini di Giove, correndo per tutta la giornata ad eseguire i suoi comandi. Tornando indietro, ancora impolverato, devo preparare l'ambrosia. Anche prima che questo garzone arrivasse come coppiere, dovevo versare il nettare da solo. La maggior sofferenza è che solo io fra tutti non posso riposare di notte, ma sono costretto a condurre le anime verso Plutone e guidare i morti, presentandomi al tribunale. Le faccende quotidiane non bastavano: allenarmi nelle palestre, fare il banditore nei parlamenti, insegnare ai retori; adesso mi tocca anche questo complicato compito con le anime dei defunti. Almeno i figli di Leda si alternano: ogni giorno uno è in cielo e l'altro nell'inferno. Io invece devo sempre fare lo stesso. I figli di Alcmena e Semele, nati da umili donne, vivono senza preoccupazioni, mentre io, figlio della celeste Maia di Atlante, servigio costantemente loro.
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