Un essere lieve, alato e sacro è il poeta
Platone
Versione Greca
Λέγουσι γὰρ δήπουθεν πρὸς ἡμᾶς οἱ ποιηταὶ ὅτι ἀπὸ κρηνῶν μελιρρύτων ἐκ Μουσῶν κήπων τινῶν καὶ ναπῶν δρεπόμενοι τὰ μέλη ἡμῖν φέρουσιν ὥσπερ αἱ μέλιτται, καὶ αὐτοὶ οὕτω πετόμενοι· καὶ ἀληθῆ λέγουσι. κοῦφον γὰρ χρῆμα ποιητής ἐστιν καὶ πτηνὸν καὶ ἱερόν, καὶ οὐ πρότερον οἷός τε ποιεῖν πρὶν ἂν ἔνθεός τε γένηται καὶ ἔκφρων καὶ ὁ νοῦς μηκέτι ἐν αὐτῷ ἐνῇ· ἕως δ' ἂν τουτὶ ἔχῃ τὸ κτῆμα, ἀδύνατος πᾶς ποιεῖν ἄνθρωπός ἐστιν καὶ χρησμῳδεῖν. ἅτε οὖν οὐ τέχνῃ ποιοῦντες καὶ πολλὰ λέγοντες καὶ καλὰ περὶ τῶν πραγμάτων, ὥσπερ σὺ περὶ Ὁμήρου, ἀλλὰ θείᾳ μοίρᾳ, τοῦτο μόνον οἷός τε ἕκαστος ποιεῖν καλῶς ἐφ' ὃ ἡ Μοῦσα αὐτὸν ὥρμησεν, ὁ μὲν διθυράμβους, ὁ δὲ ἐγκώμια, ὁ δὲ ὑπορχήματα, ὁ δ' ἔπη, ὁ δ' ἰάμβους· τὰ δ' ἄλλα φαῦλος αὐτῶν ἕκαστός ἐστιν. οὐ γὰρ τέχνῃ ταῦτα λέγουσιν ἀλλὰ θείᾳ δυνάμει, ἐπεί, εἰ περὶ ἑνὸς τέχνῃ καλῶς ἠπίσταντο λέγειν, κἂν περὶ τῶν ἄλλων ἁπάντων· διὰ ταῦτα δὲ ὁ θεὸς ἐξαιρούμενος τούτων τὸν νοῦν τούτοις χρῆται ὑπηρέταις καὶ τοῖς χρησμῳδοῖς καὶ τοῖς μάντεσι τοῖς θείοις, ἵνα ἡμεῖς οἱ ἀκούοντες εἰδῶμεν ὅτι οὐχ οὗτοί εἰσιν οἱ ταῦτα λέγοντες οὕτω πολλοῦ ἄξια, οἷς νοῦς μὴ πάρεστιν, ἀλλ' ὁ θεὸς αὐτός ἐστιν ὁ λέγων, διὰ τούτων δὲ φθέγγεται πρὸς ἡμᾶς.
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Versione Tradotta
Dicono infatti proprio presso di noi i poeti che raccolgono i conti da sorgenti che scorrono di miele provenienti da alcuni giardini e valli boscose delle muse e le portano a noi volando come le api; e affermano sia vero. Il poeta è infatti un essere lieve, alato e sacro e incapace di poetare prima di divenire ispirato dagli dei e prima di esser fuori di sè e prima di aver perduto la ragione; finché possiede questo ogni uomo è incapace a poetare e a fare oracoli. Dunque in quanto non per abilità poetano e dicono molte belle cose riguardo agli argomenti così come tu riguardo Omero, ma per volere divino, per sorte divina, ciascuno (è) in grado di comporre bene questo solo (genere) al quale la Musa lo ha spinto, chi ditirambi, chi encomi, chi iporchemi, chi poemi epici, chi giambi; invece negli altri (generi) ciascuno di loro è un inutile. Non per abilità acquisita infatti pronunciano queste parole, ma per dote divina perché se sapessero esprimersi bene per abilità acquisita in un solo genere, sapprebbero anche in tutti gli altri; e per questo la divinità togliendo di mezzo la loro mente si serve di questi e dei vati e dei profeti divini come ministri, affinché noi, gli ascoltatori, sappiamo che coloro che pronunciano queste parole così pregevoli non sono costoro, nei quali non è presente il senno, ma la divinità stessa è quella che parla e attraverso costoro fa sentire la propria voce a noi.
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